Inizia così il diario di un medico volontario in Birmania che per ragioni di sicurezza non fa conoscere il suo nome. E questo inizio credo debba servire anche a noi a definire un nuovo inizio nella nostra dialettica politica. Intendo dire che mi sono guardato e riguardato questo blog ed ho notato, poiché lampante, un’enorme defezione: la totale assenza di momenti di discussione su temi internazionali, quasi se considerassimo (tutti, io compreso) la dimensione mondiale racchiusa nella nostra stretta cerchia provinciale. Questo è il nostro vero limite. Il non riuscire a comprendere a fondo quanto le nostre vite e quelle altrui siano scosse, smottate, cambiate, dalle vite di tutti coloro che abitano e respirano questa terra.
Non ce ne rendiamo conto, ma a volte non abbiamo la percezione di quanto ognuno di noi, con qualsiasi azione, incida sulle vite di coloro che sono anche a tanti km da noi. Ed è un limite che sento forte oggi che trovo il tempo di seguire con più attenzione il dramma che si sta concretizzando in Birmania e che vede purtroppo la comunità internazionale poco incisiva nel dare risposte, o come le chiamano, “sanzioni”.
Un regime militare che opprime un popolo, che spara sulla folla formata non da violenti rivoltosi colpevoli di violenze inaudite, ma da monaci buddisti che pongono al centro della loro vita ed azione quotidiana, la pace e la ricerca interiore di una dimensione serena che contribuisca ad una serenità collettiva. E quando penso al pianto ed al canto, non posso non riprendere il ricordo forte e commovente di “Jona che visse nella balena”, di quel canto di bambini che chiusi in una soffitta, cantavano per sfuggire almeno con la mente al terrore dello sterminio ormai prossimo delle loro vite e dei propri cari. E penso che oggi, analizzando quella che è stata la storia, si sia spesso detto che “allora la gente non sapeva, cosa poteva fare, e come poteva reagire?”; ed oggi, che l’informazione viaggia più veloce della vita reale, come si fa a pensare che un giorno quando i nostri nipoti parleranno di noi, potranno dire: “ma allora non sapevano”. No, non dovrà accadere questo, preferisco che i nostri nipoti ci considerino colpevoli del silenzio, dell’immobilismo, non vittime, ma carnefici (non nella pratica diretta, fortunatamente), attori principali di momenti di morte e terrore, responsabili del silenzio, piuttosto che dipingerci come agnelli sacrificali di un mondo che ci ha oppresso (per noi, per larghissima parte di noi, non è così). E forse non vorrei morire con questa sensazione, con l’idea di non aver fatto nulla, anche se ho profonda la sensazione di non poter cambiare il mondo in tutta la sua interezza. Ma non vorrei neanche tacere, non vorrei neanche che tra di noi non si sviluppassero determinati discorsi, che chi di noi conosce determinati argomenti, non rendesse partecipi della sua conoscenza, ognuno di noi.
Ed il silenzio nostro, e di tanti, mi preoccupa. Mi preoccupa perché credo che se il silenzio attraversa anche le nostre vite, vite di persone comunque attente ed impegnate, qualcosa non vada, e non vada nelle viscere, nel profondo delle nostre esistenze.
Non so se sia giusto pensare di lasciarli piangere e cantare da soli, non so neanche se possa essere utile piangere e cantare con loro. Di una cosa però son certo: non stiamo zitti, facciamo qualcosa, almeno parliamone, scriviamone, mostriamo in un qualche maniera il nostro fermo disappunto e dolore.
Non cambierà niente, ma un giorno, i nipoti di cui parlavo, non potranno dire che i loro nonni in quel tempo erano a fare la spesa alla Coop mentre a pochi km da loro, venivano uccise vite di canti e di lacrime.
Forse.
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Dario
Pare talmente fuori dal mondo che non si sa cosa dire. Sparare sui monaci… e loro, quelli che semplicemente cantano e camminano, e vengono presi a fucilate, quando le camionette cariche di soldati scorrazzano per le piazze tentando di disperderli, sarcasticamente e con disprezzo urlano loro “Eroi”. Niente meglio di questa parola mette a nudo l’assurdità di un conflitto tra soldati armati di tutto punto, marionette nelle mani di un dittatore, incapaci di pensare, che agiscono mossi dal terrore di punizioni terribili, e monaci che semplicemente camminano, in un disperato tentativo di cercare la libertà e la democrazia, sacrificando le loro vite. La cosa che sconvolge è che noi vorremmo aiutarli, ma alla Russia e alla Cina sta bene così. Pare sia abbastanza perchè non succeda niente e tutto rimanga com’è.
Forse però qualcosa hanno ottenuto: io fino all’altro ieri non sapevo assolutamente nulla di questo paese.