Sul suo blog, Gianni Cuperlo parla del libro di Antonio Ghirelli “Aspettando la rivoluzione, cento anni di sinistra italiana” e riporta un episodio narrato nel libro.
Come lui lo trovo di grandissima attualità nonostante sia accaduto 90 anni fa:
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Battista Santhià, operaio piemontese di Borgo San Paolo diventò, vicino a Gramsci (all’epoca a Torino), un “rivoluzionario di professione“. Qualche anno dopo in un libro di memorie ha raccontato di quando (l’anno è il 1916) entrando nella sede della camera del lavoro, vi trovò il giovane Gramsci a colloquio con quattro suoi coetanei. Parlavano della guerra e Gramsci spiegava loro pazientemente i motivi per cui la grande maggioranza degli iscritti alla sezione socialista e alla camera del lavoro si erano schierati contro l’intervento. E Santhià così proseguiva il racconto: “Al termine della lunga conversazione appresi con stupore che si trattava di giovani cattolici e che la loro posizione contro la guerra si differenziava dalla nostra perché era esclusivamente pacifista (”siamo contro tutte le guerre”, dicevano) e si richiamavano agli insegnamenti evangelici. Gramsci, per stuzzicarmi, mi propose di aiutare quei giovani. Non afferrai subito e ingenuamente domandai se dovevo unirmi a loro nelle preghiere per ottenere il grande miracolo della pace“.
“L’unica cosa che vi insegnano” rispose “è un anticlericalismo stupido, diseducativo intellettualemnte e politicamente. Anch’io non vado in Chiesa perché non sono credente. Ma dobbiamo renderci conto che coloro che credono nella religione sono una maggioranza. Se continueremo ad avere rapporto solo con gli atei, saremo sempre una minoranza“. E proseguiva Gramsci, “Ci sono dei borghesi antisocialisti che sono atei, prendono in giro i preti e non vanno in Chiesa, eppure sono interventisti e ci combattono aspramente. Questi giovani, invece, vanno a messa, non sono industriali e chiedono solo di lavorare con noi per far cessare al più presto la guerra. Come regolarci? Camminare da soli è sempre un errore, bisogna trovare dei compagni di viaggio: questo per me è fondamentale. Tu, invece, hai ancora paura che la compagnia ti costringa a deviare il cammino, forse perché non sei ancora ben sicuro della nostra ideologia. E chi non è sicuro, teme di perdere la giusta strada“.
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