Clima d’odio e responsabilità personali

<  Clima d’odio e responsabilità personali

Lettera inviata alla Nuova Ferrara.

- - -

Leggiamo sulla pagina aperta del vostro giornale interessanti considerazioni su quelli che già possiamo definire “i fatti di Verona“.
Un brutale assassinio, che la mente umana fatica ad interpretare. Una sigaretta negata e la bestialità umana si scatena. Ma la pervicacia con la quale ogni commentatore pone la responsabilità fuori dall’individuo per addossarla ad un’altra entità non troverà mai alcun nostro sostegno.

Certo, le ragioni che possono portare ad un omicidio di quel tipo e ad un’ondata violenta nella nostre strade richiede analisi, interpretazione, approfondimento.

Non si può però ignorare -come spesso si fa- che nel nostro paese la responsabilità personale appaia costantemente negata; così addirittura forze politiche come il Partito Democratico, che con la logica nazifascista della cultura skinheads italiana e ultrà calcistica ha veramente poco a che fare, vengono chiamate corresponsabili di un omicidio nella veste di complici nella creazione di un clima di odio.

Il PD, oltre ad essere lontanissimo dalla cultura della violenza e da quella del silenzio, si è distanziato nettamente anche da scellerate classifiche di gravità dei fatti, che confondono opinioni e sangue, vite interrotte e stupidaggini politiche.

Vediamo però nell’omicidio di Verona, così come in molti fatti di sangue recenti, quanto la cultura -quella sì straordinariamente diffusa- del “non è colpa mia” sia dannosa.

In un sistema bloccato da una stagnazione economica ventennale, in cui i giovani non possono esprimere le proprie legittime aspirazioni di merito, in una cultura paralizzata dai baroni, in un sistema Italia inceppato e asfittico aumentano i casi di autoesclusione. Perchè di questo si tratta. Una parte di persone (e vogliamo chiamarle così anche quando l’appellativo di bestie sarebbe addirittura sprecato) si chiama fuori dal vivere civile, decide di stracciare il contratto sociale.

Un contratto sociale che, comunque la si pensi, oggi non include moltissimi cittadini. Soprattutto un sistema che, nei suoi risultati se non nelle sue intenzioni, non promuove ed anzi esclude la responsabilità individuale. La logica del branco (attenzione, la logica non le azioni compiute) non è diversa da quella della corporazione, da quella dell’elite. Delle logge. Si tratta in buona sostanza del poter scaricare paure, responsabilità, intenzioni, non su se stessi, ma su un gruppo pronto a sorreggerci qualunque cosa accada, al di là di ogni possibile merito o fatto di senso.

E’ qui che la politica deve fare il salto di qualità. Non accontentarsi di sbattere in faccia all’avversario di turno le responsabilità, qualora ve ne fossero. E nel caso specifico sono sotto gli occhi di tutti. Il collateralismo tra le fazioni ultrà e i gruppi della destra più o meno estrema è sotto gli occhi di tutti. Ma limitarsi ad un battibecco tra partiti significherebbe svilire il dibattito pubblico, la forma più alta di politica. Interroghiamoci piuttosto su cosa la politica possa e debba fare di fronte ad una società che frana dispersa tra mille e più grupposcoli più o meno violenti, più o meno portatori di interessi specifici; e cerchiamo di capire come si possa guidare la transizione verso un sistema inclusivo di individui personalmente responsabili, sia delle loro capacità che dei loro limiti, quindi delle loro fortune come dei loro fallimenti.

E’ questa la sfida di una modernità violata dal medioevo della violenza. La sfida di una politica che che omnicomprensiva deve diventare governo dei processi. E allo stesso modo la sfida di una cultura che responsabilizzi gli individui e dia loro la sicurezza del vivere senza affidarsi al branco o alla fazione di turno. Una sicurezza declinata su politiche del lavoro moderne, e su una partecipazione dei cittadini al governo del territorio. Una sicurezza data da una giustizia più efficiente perchè solo attraverso l’efficienza si può essere certi del suo funzionamento.

Ci rendiamo conto di porre questioni importanti, forse troppo onerose da affrontare. Ma quando la realtà chiede a gran voce una lettura attenta le forze responsabili devono prestare occhi ed orecchie. Noi siamo qui per affrontare con chi vorrà condividere il percorso, le sfide della modernità nei confronti delle nuove barbarie.

Vote This Post DownVote This Post Up (+3 rating, 3 votes)
Loading ... Loading ...
Scritto in Attualità ~ Puoi seguire tutte le risposte a questo articolo attraverso i feed RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta, o un trackback dal tuo sito.
3 Responses to “Clima d’odio e responsabilità personali”

simo

innanzitutto penso siano scorrette le speculazioni partitiche (scandaloso attacco della sinistra al Pd) e le idiozie dette dal nuovo presidente della camer, idiozie che pensavo, malgrado la conoscenza del soggetto, potessero uscire da quella bocca.
non so quanto destra e sinistra c’entrino in questa drammatica situazione, quanto sia stata l’ideologia di quei cinque delinquenti a spingere a tanta ingiustificata violenza (a patto che ci siano “violenze giustificate”, penso di no); sicuramente nelle nostre comunità esiste un disagio forte, un’incomprensione vasta che non risponde a silenzi, lassismi, indifferenze che portano alla crescita e sviluppo di pratiche violente. e temo anche che questa mia visione non abbia in sè una risposta credibile, una soluzione proposta a queste dinamiche. non è neanche vero che non esistano nella società punti di incontro educativi, realtà serene di crescita, luoghi utili alla formazione del sè. e non mi viene neanche da dire che ci siano solo i bar (connoti idistintamente negativamente), anche perchè tanti di noi sono cresciuti nei bar dei quartieri, dei paesi, delle città. ricordo il mio bar “eden”, paradisiaco nel nome e non nella forma (sporco, angusto!), ma luogo in cui confluivano gli ospiti dell’adiacente ospedale psichiatrico (allora era così, non si parlava di centri diurni di salute mentale, erano i “matti”), residenti, cittadini comuni, parrocchiani, ecc… era un bar, sì, era un bar, ma aveva dentro si sè un sistema di vita solidale, era consutudine scambiarsi le sigarette, era comune chiedere e se possibile ottenere un piacere, dalle 200 lire per il tetris, alle 50 lire per le gommose. e questo era possbile perchè ci si conosceva, ci si parlava, perchè quello era il luogo in cui raccontarsi, in cui tutti sapevano ciò che in famiglia vivevi, i risultati scolastici più o meno positivi. insomma, si conosceva con chi si stava, e non giudico il livello e la qualità della conoscenza. anche da li, anche da quell’eden qualcuno è uscito malconcio, neanche li rose e fiori, però qualcosa di positivo e di profondo c’era. cosa voglio arrivare a dire? voglio dire che mancano quei luoghi, mancano bar e baristi così, quelli che utilizzavano la loro attività come luogo in cui stare nel senso alto del termine (sentire il barista veronese dire “si sono sempre comportati bene” mi lascia perplesso, non diventano criminali 5 persone in 5 minuti); mancano associazioni realmente presenti, operatori preparati; mancano anche i vecchi oratori, le gite parrocchiali, le convivenze. e se ci sono, sono poche, non bastano. e poi lasciatemelo dire: gira troppa, troppa droga, e tanti, troppi giovani ne abusano. bisogna dirselo, bisogna studiare ed agire perchè questo non continui indisturbato. piazza verdi, quella che alcuni nella stampa locale hanno citato, era un luogo dove gli eroinomani (10-12) si facevano alla luce del sole, era brutto vederli in terra, a volte pericoloso, e non ne ricordo uno di loro che non sia morto, vuoi di hiv, vuoi di overdose. ma non mi piacciono neanche le folle davanti ai bar “in” di oggi, folle di persone ben vestite e non eroinomani, o almeno all’apparenza non tali, ma folle in cui si consuma tanto e di più. il dramma di verona non è di verona. è il dramma di una comunità, di quella che viviamo e di cui ci accorgiamo nel dettaglio solo quanto parte di essa trascende. nessuna risposta alla vostra riflessione, solo una cosiderazione, spero utile.

Eloi

è tema attorno al quale mi interrogo da mesi.

la solidarietà ovvia e fondante ogni comunità non si può creare direttamente.
non si può proprio.

credo di potermi spingere a dire che la SOLIDARIETA’ non esista di per se ma esistano le CONDIZIONI e le OCCASIONI della solidarietà.

a determinate condizioni un MECCANISMO solidale è conveniente, auspicabile e praticato.
ad altre condizioni no e probabilmente è bene che sia così (non nel senso che mi piaccia ma nel senso che non può che essere così).

simo

@Eloi, penso che la solidarietà non ci debba essere sempre, ma che sia sempre nostro compito occuparci anche di coloro che sbagliano (è occuparsene anche mettendoli e lasciandoli in galera). sadegh, se ricordi, riferendosi all’immigrazione, diceva: “non bisogna santificare la miseria”. ecco, non la si deve santificare, giustificare, ma capire e dare risposte chiare e credibili, questo sì.
ed è ora, in verità è comunque tardi per troppi casi lasciati correre, che la pena sia giusta e soprattutto… scontata.
è di destra? no, semplicemente senso civico, diritti e doveri per una giusta e civile convivenza.
e quando scrivevo del “bar eden” la reputavo una “condizione ed occasione”, come la definisci tu.
vabbè, ce n’è un bel po’ da dire, non ho tempo ed ora neanche voglia, sono bollito.

Leave a Reply

Nome (richiesto)
Mail (non verrà pubblicata) (richiesta)
Website

XHTML: Puoi usare questi tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <code> <em> <i> <strike> <strong>


« L’alibi dell’aver paura della diversità… e ringrazio Rita e Fabio.

 

Created by Red Circle Inc. info: info@leftisright.it, web information: admin@leftisright.it - Copyleft, LeftisRight 2006

Powered by WordPress and NoseBleed