Anomalie, derive, degenerazioni, paradossi… i sistemi politici contemporanei -e nella fattispecie quello italiano- rappresentano un interessante e discusso interrogativo.
Molti dei dibattiti più recenti interni agli schieramenti e ai partiti italici, fusioni, scissioni, federazioni, o proposte di grossa koalition, ne sono la dimostrazione più lampante.
Da troppi anni il nostro curioso paese attraversa una fase di transizione, innestata dai diversi fattori -storici, politici ed economici che rimandiamo ad altre sedi- che hanno sancito la crisi dei partiti tradizionali.
A quasi 20 anni di distanza, la crisi appare non risolta anzi aggravata; così per capire dove potrebbero andare a finire - o per interrogarci sul dove dovrebbero andare- questi partiti, potremmo cominciare col ripensare a come questi sono nati.
Il tema della genesi dei partiti ha copiosamente arricchito la letteratura politica e sociologica moderna, fornendo, in particolare, una prospettiva illuminante, nella già citata tesi delle cleavages dello studioso norvegese Stein Rokkan.
Nel quadro di un’analisi sociologica sulla formazione degli Stati-nazione dell’Europa occidentale, Rokkan individuò quattro livelli di frattura, appunto le cleavages, che sottendono le distinzioni di fondo delle diverse culture politiche nate e sviluppatesi nel secolo appena trascorso.
Tutti i partiti e i movimenti politici fino alla fine degli anni ‘60, sono nati con l’intenzione di rappresentare gli estremi delle tesioni originate da queste fratture: le più antiche fra centro e periferia, e fra stato e chiesa, e le più recenti, successive alle rivoluzioni industriali, fra interessi agrari e interessi industriali, e fra datori di lavoro e lavoratori salariati.
E’ immediato intendere come da queste fratture, nascano partiti di diverse ispirazioni, laici o confessionali, riformisti o conservatori, operai e industriali; tutti i sistemi politici europei continentali sono stati storicamente formati grosso modo da 4-5 partiti, conservatore, agrario, confessionale, liberale, socialista.
Oggi, per diverse ragioni, lo scenario pare mutare e tendere a connotarsi nella direzione dei bipolarismi anglosassoni.
Forse anche perchè le fratture tradizionali sono venute meno?
O più perchè si sono venute a creare fratture nuove?
Non dovremmo chiderci quali siano?
Più in generale: ha ancora
senso
parlare di
Destra e di Sinistra?ha ancora senso parlare di Destra e di Sinistra?
Se si: in che modo o in che misura?
In queste fasi gli interrogativi -diciamo- esistenziali si riscoprono importanti: perchè mentre appare sempre più chiaro che il bipolarismo italiano vada consolidandosi per merito, o meglio, attorno ad una sola persona (naturalmente parlo di lui, l’incursore pelato dei nostri culi), allo stesso modo risulta inutile sottolineare come una simile divisione sia improduttiva nel breve periodo e dannosa nel medio-lungo.
Da parte mia, averto quindi la necessita e l’urgenza di una azione politica di grande portata e di grande rilevanza, in grado da subito di disarticolare e smobilitare l’assetto odierno e successivamente di polarizzare e comporre un nuovo scenario: più ordinato, più omogeneo, più semplice, piu efficente e quindi più utile al paese.
Questa azione non può che essere il costituirsi di un Partito Democratico, il partito dell’unità riformista, il comitato di liberalizzazione nazionale.
Mi piacerebbe pensare che se non sarà il PD a fare questa operazione di “reset” (come direbbe Grillo) vi sarà comunque qualcun’altro; ma in tutta franchezza, forse con un pò di presunzione, penso “se non lo si fa noi, chi altri?”
La destra con Silvio e Gianfranco? Abbiamo già visto che no.
Il centro dai Rutelli e i Casini? Speriam bene di no!
La sinistra di Giordano e Diliberto, o ancora i completamente fuori tipo Grillo e Travaglio!?!?
Per qualcuno sarà anche uno sporco lavoro, ma lo si deve fare.
Domani sera al borgonuovo si arruolano volontari.