In questi ultimi tempi si è parlato di molte cose: finanziaria, indulto, liberalizzazioni, ma pure si è discusso della riforma della politica italiana, favorendo la nascita di nuovi partiti, a destra come a sinistra, ovviamente con le consuete tentazioni neocentriste.
Si sono posti tanti obbiettivi: in primis ridare dignità e fiducia ad un Paese, il nostro, che usciva da 5 anni di promesse mancate. Una di queste promesse riguardava il principale motore della crescita civile, ancor prima che culturale, dell’intero Paese: l’istruzione pubblica.
Vi ricordate la “Scuola delle tre I”?!? Internet, Impresa e Inglese, insomma, una scuola su misura per futuri manager di publitalia che la riforma Moratti avrebbe dovuto realizzare. Ma come? Ovviamente tagliando fuori dall’accesso alla formazione universitaria una buona fetta di quei giovani, cresciuti in famiglie economicamente disagiate e magari culturalmente arretrate, proprio perché, da loro, un sistema che anteponeva il profitto delle singole imprese alla dignità umana non poteva che chiedere solo braccia buone per lavorare e basta, altro che economia della conoscenza!!!
L’ex ministro aveva così abbassato l’obbligo scolastico da 15 a 14 anni aumentando ancor di più il distacco dagl’altri paesi d’Europa e obbligando i ragazzi a scegliere, già a 13 anni, quale doveva essere il loro percorso formativo, ipotecando di fatto il loro futuro umano e professionale. Poi sono venuti i tagli all’edilizia scolastica, ai salari dei docenti, e il progressivo svilimento dell’istruzione pubblica mentre, contemporaneamente, cospicui fondi pubblici, soldi di tutti noi, venivano investiti dal Governo per potenziare scuole private (magari di matrice neoconfessionale).
La sconfitta delle destre alle ultime elezioni ha evitato un disastro irreparabile, la “controriforma Moratti” è stata bloccata, tuttavia la situazione della scuola italiana non è ancora tutta rose e fiori.
Come ha sottolineato ieri, in un incontro tematico dei Ds di Ferrara alla sala del Borgonuovo, il prof. Marco Rossi Doria, collaboratore del sottosegretario alla pubblica istruzione Mariangela Bastico, in un Paese dove il 25% (ca) della popolazione giovanile diplomata versa in una situazione di semianalfabetismo strisciante non vi è alcuna struttura adeguata per combattere questo fenomeno, neanche a livello privato, alla faccia dell’azienda-famiglia di berlusconiana memoria.
In un Paese dove tuttora persiste un forte abbandono scolastico già dal primo anno di superiori (dati omogenei da Verona a Napoli), il ministero non dispone né di un vero e proprio Registro degli aventi diritto all’accesso all’istruzione superiore, gli attuali registri si basano ancora sugli iscritti effettivi, ignorando di fatto quei giovani che iscritti dovrebbero essere ma non lo sono, né di un efficiente sistema di monitoraggio sulle assenze giornaliere di milioni di studenti. Mancano insomma gli strumenti necessari per avere un quadro chiaro della triste situazione, e poter così intervenire adeguatamente a seconda della gravità dei singoli casi. Paesi molto più grandi e problematici del nostro, come ad esempio l’India, si sono dotati ormai da tempo di tali strumenti di prevenzione consci che l’inaridimento culturale non porta mai nulla di buono.
Poi, in un Paese dove migliaia di giovani laureati vivono in una condizione di quotidiana precarietà lavorativa, l’età media degl’insegnanti è ancora sui 53 anni se non più: vecchi professori per i quali la pensione, grazie anche all’ex min. Maroni, è diventata un’irraggiungibile chimera quasi quanto la speranza di avere uno stipendio adeguato all’importantissimo lavoro di formazione civica che ogni giorno portano avanti con fatica e passione, magari in aule fatiscenti o con strumentazione obsolete.
Una scuola vecchia e malata dunque, ma non al capolinea, il recente innalzamento dell’obbligo di frequenza scolastica a 16 anni è un primo importantissimo passo ma non basta certo a risolvere la situazione.
Occorre reinvestire con forza nell’istruzione pubblica non solo ristrutturando gli edifici scolastici o adeguando le strumentazioni in base alle ultime innovazioni tecnologiche, ma anche e soprattutto rinsaldando gli spiriti e il morale di tutti i docenti italiani.
Adeguando i salari all’effettivo lavoro svolto lo si può fare, ma è importante
restituire
loro il
senso di una missioneè importante restituire loro il senso di una missione: essere protagonisti nella formazione dei cittadini del domani e dunque nel miglioramento progressivo della nostra società.
Tutto questo non è certo roba da poco ma in un Paese vecchio come il nostro, dove i giovani costituiscono soltanto l’11% della popolazione totale, la scuola deve inevitabilmente aprirsi all’interculturalità, il che non vuol dire più inglese, bensì la condivisione di un percorso di crescita umana e civile da parte di ragazzi e ragazze nostrani e di altri paesi, figli dei numerosi migranti che, con le loro esperienze diverse possono solo arricchire il tessuto culturale della nostra società.
Ma se veramente vogliamo una società più aperta, dove tutti godano delle stesse opportunità e degli stessi diritti, anche la scuola deve aprirsi e divenire un luogo di naturale crescita e socialità pure al di là degli orari di lezione, e gli studenti, proprio perché saranno i futuri cittadini del domani o già lo sono, devono avere la reale possibilità di partecipare attivamente alle scelte amministrative dei singoli istituti.
Infine è fondamentale riaffermare la scuola pubblica come motore della crescita umana,civile e culturale di tutto il Paese: ogni giovane al di là delle sue condizioni economico-sociali o del colore della sua pelle deve poter accedere ad un servizio essenza e di qualità quale dovrebbe essere l’istruzione; essa deve potenziare e premiare le specifiche competenze di ognuno e al tempo stesso sforzarsi di colmare al massimo le sue lacune solo così si potrà creare quella giusta meritocrazia che non potrà non tradursi in un miglioramento rivoluzionario della mentalità e dunque di tutto il sistema Italia.