Politica e Consenso

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Ragionamento anticipato dal post sanguigno di ieri…

La politica, imho, si anima di due distine caratteristiche. Da un lato gli interventi sulla realtà, dall’altro la ricerca del consenso. La triste verità è che i due settori sono distinti, quasi impermeabili.

Premessa, la politica è una pratica, non una teoria. Se fosse pure teoria perderebbe ogni possibilità di incidere sulla realtà.

La democrazia, questo perfettibile sistema di governo, richiede necessariamente la ricerca del consenso. Questa ricerca si fa in molti modi. Ma ha poco a che vedere con le leggi promulgate. Certo, è possibile parlare agli elettori dopo X anni di governo e dire: questa è la realtà che abbiamo trovato, questa è quella che vi lasciamo. Certo… lo fate facile… Ma aggrappatevi alla vostra esperienza, ai vostri ricordi. Non è mai vero.

La percezione della realtà, nella ricerca del consenso, è del tutto fondamentale. Così come le parole utilizzate, le storie messe in discorso.

Il problema, quello forse più grave, è quando i politici di professione credono alle percezioni che essi stessi contribuiscono a creare. Se i processi decisionali che incidono davvero sulla realtà, processi che ormai sono davvero ridotti in temini quantitativi e qualitativi, vengono stabiliti e decisi in base non ad una pretesa di oggettività, ma fondandoli su una percezione, la stessa percezione di quella che un tempo si chiamava propaganda, siamo vicini al disastro.

E purtroppo siamo molto vicini.

Il gomitolo della politica e dell’economia italiana sono aggrovigliati. Le parole si confondono e il riformismo è una parola appena percepita e malamente interpretata anche da molti degli addetti ai lavori.

Volete che vi getti una bomba? Tanto qua siamo tra amici e ci leggono in pochi :-D.
Cosa sarebbe necessario ora?

1) Dirimere la matassa degli intrecci tra affari e politica (e soprattutto tra servizi (non segreti) e partiti). Se le dimissioni di Rossi non sono legate a questioni personali questo è un indizio valido sulla mancata (ma comprensibile) spinta riformista del nostro partito.
2) Riforma del pubblico impiego
3) Allungamento dell’età pensionabile (solo in relazione ad una redistribuzione di diritti tra nuovi e vecchi lavoratori)
4) Revisione strutturale degli Enti Locali (aspettate aspettate… comincia per P e finisce per a)
5) TFR a scelta del lavoratore, come apertura verso la previdenza privata integrativa (solo in presenza di commissioni che vigilino davvero sui privati che praticano questi affari)
6) Apertura vera del mercato verso imprenditori stranieri (se sento un’altra volta che vendiamo Alitalia a De Benedetti mi impicco)
7) Prendere la testa degli italiani, aprirla, smontarla e far capire loro che è finita l’epoca del posto fisso… e che a volte si deve rischiare il culo per riuscire davvero.

Programma di destra? Si, perchè ancora non ho detto che il sindacato va riformato radicalmente.

Essere di
sinistra
significava capire
la realtà per
trasformarla. E’
ancora così.
Essere di sinistra significava capire la realtà per trasformarla. E’ ancora così. E il massimalismo questo non lo capisce, e nemmeno lo interpreta. Ma soprattutto il riformismo, al di là di tre slogan mal concepiti, non è in grado di trovare consenso.

Il problema non è solo la mancanza di coraggio (che comunque esiste). E’ l’incapacità di convincere la propria base sociale che il cambiamento è necessario e per di più giusto. La scommessa è questa. La realtà anche. Ma provateci voi a convincere il nostro elettore tradizionale che le politiche avvallate in passato dal nostro partito, come la scala mobile, sono state un suicidio. E convincetelo oggi che questi provvedimenti non sono solo necessari ma auspicabili.

Lessi in un libro di un autore che amo molto che il mercato è un mare in piena che a volte ci butta a riva senza vita. E’ vero. Indubbio. Ma abbiamo un’alternativa? Se i massimalisti ce l’hanno sarò ben lieto di sposarla. Ma che non sia uno slogan fatto ad uso e consumo del consenso.

Perchè qui sta la differenza tra realtà e consenso. Perchè, oggi come oggi, un altro mondo non è possibile.

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