Quando soggetti non direttamente coinvolti nella vita dei partiti, parlano di Partito Democratico, sembra quasi che Ds e Margherita stiano solo perdendo tempo. Vorrei provare a chiarire il perché penso che determinate sensazioni siano errate e perché credo fortemente in questo processo politico. Senza stare a citare filosofi, poeti, politologi e sociologi, provo a spiegare perché sostengo con forza questo progetto politico.
Se ci limitiamo ad analizzare i dati elettorali di Ds e Margherita alle elezioni politiche del 2006, potremmo già fermarci e dire: sì, facciamo bene. Ma i numeri in politica sono importanti ma non in assoluto, determinanti (sì, con i numeri governi, senza la partecipazione difficilmente si crea radicamento e quest’ultimo aspetto io lo reputo decisivo in ogni sfida). Non lo sono perché per i numeri due più due fa sempre quattro, e la politica ha bisogno di passione, la quale se la si analizza nel dettaglio può dimostrare come due più due possa fare sia tre, che quattro, che cinque. Perché la passione che serve a costruire questo ambizioso ed a mio parere decisivo per il Paese, deve essere la forza trainante di questo percorso politico. Parlare ai cittadini solo di numeri coinvolge prevalentemente nel momento in cui gli si parla di aumenti degli stipendi e di diminuzione del costo della benzina (ah, lo sciopero lo invertirei: proviamo a scioperare noi consumatori per 72 ore?). Quindi, non bastano i numeri.
I numeri de L’Ulivo nascono a mio parere, da una consapevolezza dell’elettorato: oggi più che mai le distanze tra Ds e Margherita sono ridotte allo zero (non giochiamo sui temi della laicità, tanti appartenenti ai Ds hanno la stessa idea di alcuni diritti civili che ha una parte di destra italiana e tanti esponenti della Margherita hanno un’idea molto più laica di tanta sinistra, diciamola tutta, la Margherita non è solo la Binetti, diciamola di nuovo tutta. Ecco, rispetto alle altre regioni penso che il rapporto Ds – Margherita sia migliore in Emilia-Romagna e quindi per noi emiliani difficili da comprender tante reticenze).
La riduzione a zero è data a mio parere dal fatto che la linea di condotta e di visione dell’esistente (un applauso caloroso alle ministre Pollastrini e Bindi), è pressoché la stessa. Vi sono alcune sfumature, è innegabile, ma tutte possono essere chiarite solo ed esclusivamente in un percorso politico quotidiano che ci veda assieme. Non è il solo amministrare quotidiano che mostra questo e che anche se da solo potrebbe bastare, i cittadini ne rimangono poco affascinati. E’ un qualcosa di più profondo. E’ una visione delle problematiche esistenti che si coniuga a sensibilità e strategie di risoluzione che sono in larga misura le stesse: dalle politiche sociali all’economia, fino ad arrivare ai temi ambientali e dello sviluppo scientifico e tecnologico. Anche qui si potrebbe dire: e la laicità e l’appartenenza al socialismo europeo?
Il primo lo reputo un fattore da valutare ma con le indicazioni che ho precedentemente segnalato (e senza mai ricordare il grande passo avanti della Pollastrini con la Bindi); il secondo mi sembra un finto problema o perlomeno un problema da analizzare e risolvere dopo aver costruito il soggetto. Le diverse famiglie europee socialiste sono spesso molto differenti da come intendiamo noi il socialismo (ora che si sbandiera il “socialismo”, pensate quanti nostri iscritti del PCI-PDS sentendosi chiamare “socialisti”, avrebbero avuto arresti cardiaci o simili… ma va là, va là…) e soprattutto non penso che un progetto così ambizioso che non serve solo a sviluppare l’esistente, bensì, a costruire futuro, debba essere arginato da questi paletti che credo fondamentalmente ideologici. Paletti che spesso trovo strumentali, da una parte e dall’altra. Non ho paura di perdermi anche perché non ho la certezza d’essermi trovato (lo ripeto a non finire, credo renda l’idea). Non ho paura di svilire la mia identità, sono fermamente convinto che la mia identità si possa rafforzare contaminando le mie opinioni e sensibilità con chi vive e vede la quotidianità con i miei stessi occhi, solo partendo da prospettive differenti. E qui mi si dirà: “Ah, sei giovane, inesperto, non vedi tutti i problemi che possono sorgere…” e così via. Rispondo: sì, sono giovane, incompleto, e anche se può non sembrare, spesso utopico e sognatore. Ma non cerco di completarmi mettendomi solo ed esclusivamente al tavolo con i miei compagni di viaggio di sempre (con i quali tra l’altro, spesso condivido ben poco), cerco di stare con chi può sostenere assieme a me una sfida per il futuro, per le giovani generazioni, per le fasce deboli, per l’ambiente, per i diritti di tutti e di ciascuno. Ma questo ha più senso e forza solo se fatto, come dicevo, assieme. Se attraverso la condivisione di spazi e dibattiti, si cerca una linea comune, non che l’una svilisca l’altra, ma che attraverso il confronto serrato si giunga ad una posizione che valorizzi tutte le sensibilità anche facendo a volte un passo indietro.
Penso inoltre che la casa di appartenenza delle forze socialiste di questo Paese non possa che essere il Partito Democratico e credo quindi che anche al loro interno sia utile che si formuli una discussione che porti ad un processo di avvicinamento al soggetto politico che auspico si realizzi ( a chi dice che senza socialisti non ha senso, prego di rileggere la risposta di Boselli della settimana scorsa a Piero Fassino… va là, va là… Se tu inviti i socialisti e loro non vengono, cosa fai? Smetti di mangiare perché loro non vengono? Anche qui, ma va là, va là…).
Non voglio indicare la rotta degli altri partiti, constato semplicemente che la loro logica collocazione non può che essere una forza riformista ampia, non altri surrogati che nascono con determinati principi per poi abbattersi al primo vento (l’esperienza della Rosa nel Pugno credo l’abbia ampiamente dimostrato).
Penso che non mi stancherò di ripetere finchè ne avrò tempo, le mie ragioni. Quelle opinioni che rendono sì il mio ragionamento scalfibile, ma comunque politico, di senso, condivisibile o meno ma non credo mi si possa dire che io abbia un’idea poco chiara di questo percorso.
Tutti i santi giorni svolgo il mio lavoro con passione; tutti i santi giorni mi incazzo quando qualcosa non va, quando si potrebbe fare meglio, quando vedo che c’è una parte di questo partito che ha pregiudizialmente scelto di non partecipare al dibattito (vedi l’assenza ad Orvieto, legittima ma in quanto tale, criticabile), di lasciare la nave senza aiutare a trovare la rotta migliore, senza vedere che il vento spinge le vele in quella direzione e che solo in quella si può trovare una meta comune a cui approdare. Quella meta condivisa che una parte di questo partito non ha voluto trovare. Non faccio gli esempi oltre a quello di Orvieto perché credo d’avere abbastanza argomentazioni per poter sostenere con forza questa mia posizione ed attendo quindi, se ci saranno, spunti di riflessione che scalfiscano o indeboliscano, questa opinione. Anch’io come tutti ho le mie perplessità. Ma io, in questo caso, non come tutti, lavoro quotidianamente a contatto con coloro che dovranno costruire questo “nuovo” con noi. Pensate: hanno due gambe, due mani, due occhi; sorridono, piangono, vanno al cinema e leggono libri e giornali (addirittura alcuni anche l’Unità); hanno la fidanzato o il fidanzato con il/la quale/la quale fanno l’amore anche prima del matrimonio (non faccio nomi, Ratzinger si arrabbierebbe), frequentano locali per giovani (aperitivi, cene, discoteche), vestono come gli piace, chi in cravatta, chi in jeans; alcuni vanno a messa, altri non sanno neanche dov’è il Duomo; alcuni autorevoli esponenti hanno in passato avuto la tessera del PCI, hanno aderito a Lotta Continua e Potere Operaio; altri ancora pregano, altri “smadonnano”così come da noi alcuni tanti “smadonnano” e alcuni pregano; alcuni, pochi, votano per partito preso, altri, tanti, sempre con noi, su ogni delibera e questo avviene solo attraverso un modo: ci si trova venti minuti prima, si legge la delibera, si valutano i punti comuni, quelli in disaccordo, ci si chiarisce e poi si esce, si attraversa il corridoio, si entra in aula, si aprono le votazioni e si vota come si è stabilito mezzora prima. Credetemi, non è difficile, è la famosa regola del “quieto vivere familiare”: discutere, prevenire i problemi; “quieto vivere” non significa lasciar correre, significa cercare le condizioni per star bene assieme. A me piace stare bene, non sono un fachiro o un autolesionista pur essendo di sinistra e quindi più a rischio agonia.
Sono o no simili a noi?
Possiamo condividere un lungo viaggio verso una grande meta?
Abbiamo voglia di spenderci, discutere, litigare, azzannarci e poi dire: sì, così va bene, ci sto. E’ una posizione che può andare?
Io ho voglia di fare questo, ho voglia di scrollarmi di dosso quei pregiudizi che hanno leso i rapporti, quel passato che non c’è più. Smettiamola di dire “comunisti” e “democristiani”: né io né voi facciamo parte di quella storia, vogliamo costruirne un’altra.
Migliore.